C’è vita oltre il ponte all’Indiano?

BySimone Margheri

Luglio 3, 2025

Il titolo è la citazione di una battuta ironica da fiorentini che gira in questi giorni sui social e descrive la situazione kafkiana di chi, per lavoro o per un altro motivo, non può fare a meno di attraversare le strade di Firenze e dell’area metropolitana. C’è poi anche chi, disgraziatamente, pur non dovendo fermarsi a Firenze, la deve solo attraversare.

Infatti, chi percorre l’autostrada A1 nel tratto Calenzano–Bologna sa che ha il 70% di probabilità di arrivare a Barberino in coda. Per chi viene dal nord, grossomodo c’è la stessa probabilità di rimanere in coda fino a Firenze Sud in caso di incidente o traffico intenso.

Se poi le due cose accadono contemporaneamente e si prova ad uscire a Scandicci, probabilmente si rimarrà in coda fino a Lastra a Signa. Oppure, chi è più intraprendente proverà a passare per l’Indiano, arrivando a sperare di non finire il combustibile, perché – dal caldo e senza aria condizionata – l’idea di tuffarsi in Arno con le nutrie per trovare refrigerio non è più solo un’ipotesi.

Un pensiero commosso va anche a quei coraggiosi fiorentini green che hanno acquistato, a caro prezzo, auto elettriche e che in questi giorni – chissà perché – sono più rare degli unicorni in città.

Dell’incubo FI-PI-LI inutile dire altro: esiste quasi quotidianamente un incidente che causa chilometri di coda, e l’A11 parallela è una fila ininterrotta in estate, sia verso Viareggio (soprattutto fino a Prato), che verso Firenze in uscita a Peretola.

C’è chi chiede le dimissioni dell’assessore Giorgio per “sequestro di cittadini”. Infatti, è ormai da una settimana che per i fiorentini è quasi impossibile uscire dal proprio quartiere senza rimanere in coda per mezz’ora, a causa dei cantieri estivi.

Per chi non è di Firenze e non è rimasto ostaggio: sappia che la città è prigioniera di se stessa. Non serve più neppure un evento eccezionale per mandare in tilt la viabilità: basta un cantiere mal posizionato, un’auto in panne sull’Indiano o un incidente sull’A1 per trasformare l’intera città in un enorme ingorgo.

I lavori in corso sembrano progettati senza una visione d’insieme: tra interventi idrici, manutenzioni stradali e tramvia in espansione, il risultato è una mobilità quotidiana ai limiti della sopportazione. A rimetterci sono i cittadini, costretti a passare ore in auto per pochi chilometri e privati della libertà di movimento in una città che, teoricamente, dovrebbe puntare alla sostenibilità.

Chi negli anni ha sostenuto che la tramvia sarebbe bastata a rivoluzionare il trasporto urbano comincia forse a riconsiderare l’entusiasmo. I numeri della tramvia, va detto, sono in crescita: oltre 39 milioni di viaggi nel 2024, di cui 25 sulla linea T1 e 13,5 sulla T2. Ma due linee, per un’area metropolitana complessa, non bastano a rappresentare una reale alternativa. I fiorentini non possono contare esclusivamente su un mezzo che, pur utile, resta parziale e soprattutto non possono farlo in una città dove, secondo i dati ISTAT, circolano più di 700 auto ogni 1.000 abitanti, ben al di sopra della media nazionale.

La mobilità privata, che piaccia o meno, resta centrale e non per testardaggine culturale, ma per una necessità concreta: ci sono quartieri, aree produttive, destinazioni lavorative e familiari che non possono essere raggiunte in modo efficiente con i mezzi pubblici attuali. Chiedere ai cittadini di abbandonare l’auto in un contesto simile significa ignorare la realtà quotidiana di chi vive e lavora in città.

La narrazione della “Firenze città-museo”, dove tutto è raggiungibile con il tram o a piedi, regge solo in cartolina e mentre si discute di sostenibilità e transizione ecologica, il traffico si fa sempre più invivibile, con effetti ambientali e sociali evidenti.

Le soluzioni esistono, almeno sulla carta. Si parla di nuovi parcheggi scambiatori, di estensioni della rete tranviaria, di un maggiore utilizzo del car-sharing e della mobilità dolce. Ma al momento si tratta di progetti più che di realtà operative.
Nel frattempo, la città resta intrappolata in una contraddizione evidente: da un lato l’ambizione di un modello urbano moderno ed efficiente, dall’altro una gestione concreta che fatica a tenere il passo. In questo modo, Firenze resta bloccata, non tanto dal traffico, ma da una pianificazione che ancora non riesce a guardare oltre il proprio cantiere.

Un ultimo pensiero ai turisti che, appena usciti dall’autostrada, trovano dei semafori rossi con scritto “ZTL attiva” e telecamere che sembrano munite di missili terra-terra, senza spiegazioni bilingue o notizie reperibili in rete. Sono afflitti dal dubbio: rientrare in coda per scappare dalla città dei Pazzi – che evidentemente aveva un nome attinente al luogo – oppure rischiare l’arresto, inconsapevoli che quel paretaio è lì per impedire alla Panda Euro 0 dello zio Alfonso o alla Uno Euro 3 diesel del cugino Fernando di venire a lavorare in città.

A meno che non siano disposti a comprare un’elettrica da 40.000 euro, per imprecare sotto il sole senza poter usare l’aria condizionata, rischiando di rimanere fermi sull’Indiano e dover chiamare un carro attrezzi con generatore diesel per poter ripartire. Oppure fermarsi a un parcheggio scambiatore e prendere la tramvia, per poi farsi chilometri a piedi per le strade fiorentine, con meno alberi di Petra, ormai tolti tutti per far passare meglio i binari del tram.

Welcome to Florence woke!

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