Dal Mostro di Firenze a Stasi: la giustizia che teme il vuoto

ByCamilla Mencarelli

Settembre 30, 2025

La storia giudiziaria fiorentina del cosiddetto “mostro di Firenze” ha segnato per decenni l’immaginario collettivo: un labirinto di indagini, sospetti e processi in cui, come percepito da parte dell’opinione pubblica, l’urgenza di dare un volto al male sembrava contare più della certezza delle prove.

Un meccanismo che ricorda da vicino altre vicende giudiziarie italiane, come quella di Alberto Stasi, dove — secondo molti osservatori — la gravità del reato è stata trasformata in giustificazione sufficiente per arrivare comunque a una condanna. Un filo rosso lega Firenze, Kafka e Stasi: la giustizia che, invece di cercare la verità, finisce per alimentare se stessa.

Franz Kafka, ne Il processo, descrive con lucidità un meccanismo che trascende la letteratura per toccare la sostanza del potere giudiziario: «Era come se il processo fosse contro di lui e nello stesso tempo non lo fosse». Josef K. non conosce il capo d’imputazione, non vede prove, non riceve spiegazioni. È intrappolato in un sistema che non cerca la verità, ma perpetua se stesso: un apparato che trae forza non dalla chiarezza, bensì dall’opacità.

La vicenda di Alberto Stasi si è inscritta, per molti osservatori, in questa logica paradossale. La gravità del reato — l’omicidio di Chiara Poggi — è stata percepita come una sorta di prova indiretta: un delitto così efferato non poteva restare senza colpevole.

E poco importa, secondo alcune letture critiche, che le perizie fossero contraddittorie, che i passaggi logici mostrassero fragilità, che la catena probatoria non apparisse solida. Come dichiarato pubblicamente da un magistrato in televisione: «Il reato era troppo grave per lasciare il caso irrisolto». Una frase che molti hanno letto come l’eco di Josef K.: non si tratta di dimostrare la colpa, ma di scongiurare il vuoto.

Un meccanismo simile si è riproposto in altri processi italiani, e Firenze ne offre esempi emblematici. Basti pensare al “mostro di Firenze”, vicenda in cui il desiderio collettivo di dare un volto al male ha alimentato decenni di indagini, ipotesi, colpi di scena e condanne contestate.

Anche qui, la pressione sociale e mediatica è stata percepita come una spinta a trasformare l’esigenza di giustizia in una sorta di necessità sistemica: non poteva esserci enigma senza soluzione, né delitto senza colpevole.

Il parallelo tra Kafka, Stasi e Firenze mette in luce il rischio di un diritto che smarrisce la sua funzione primaria. Quando la gravità del reato diventa — nell’opinione di alcuni — la giustificazione per una condanna a prescindere, la presunzione di innocenza rischia di capovolgersi in presunzione di colpevolezza.

In questa logica, il processo non serve più ad accertare, ma a placare un bisogno collettivo e a legittimare l’autorità dell’istituzione stessa. La giustizia che si nutre di se stessa non è più giustizia: è un meccanismo di potere, un dispositivo che teme il vuoto e che preferisce una verità fragile a un’assenza di verità.

Kafka lo aveva intuito: il vero incubo non è l’accusa ingiusta, ma l’impossibilità di sottrarsi a un apparato che esiste per perpetuare se stesso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *