Fabrizio Borghi poeta
INQUIETUDO MENTIS (ET ANIMAE)©
Questo libro è un corpo nudo, dove ogni parola è una confessione e ogni verso una cicatrice trasformata in gemma.
PREFAZIONE
di Miriam Marcuzzi Redazione di Abrabooks.
Fabrizio ha trovato nella scrittura la sua Forza, il suo Riscatto, la sua Determinazione: questo suo quarto volume ne è testimone. I versi scivolano sicuri e confesso che in essi mi ritrovo a meditare sulla condizione umana cogliendone le tante sfumature, i pregi, i difetti, le paure.
Leggere le poesie di Fabrizio non è semplice perché troppo spesso segnate da parole non dette e non basta una sola lettura, vanno assorbite, incorporate e solo rileggendole alla fine, ma non ne sono sicura, comprese.
Per chi scrive Fabrizio? Per il sé che non è ciò che lui avrebbe meritato di essere, per chi dice di amarlo ma non si sforza a farglielo capire o forse per tutti e nessuno, un messaggio per coloro che entrano nella sua vita e ne escono senza lasciare traccia.
Perché scrivi, Fabrizio? Te lo dico io: le parole sono un’arma affilata e tu impugni la tua elsa con fiducia, la tua mano, quella che scrive, è al riparo e tu sei libero, ti muovi con destrezza, colpisci, ti ritrai, affondi, ti scansi e contrattacchi… alla fine sai tendere la mano al tuo nemico immaginario, quello che, seppur disarmato, non riesci a sconfiggere: te stesso.

PROLOGO
Ci sono Poeti dalla penna lieve, capaci di versare inchiostro con grazia e cuore libero. Altri, invece, sono anime tormentate che scrivono come delfini, resi solitari dallo stress e dalla vulnerabilità, cacciando parole nell’ombra della propria anima: ecco, io, talvolta, mi sento di appartenere a questi ultimi. Da quando Abrabooks mi ha accolto per la prima volta e con loro è nata la raccolta “Cartelli poetici”, che abbondava di versi ancora acerbi, sento di aver fatto molti passi avanti e in questa quarta raccolta si possono notare la mia intensità e profondità di pensiero. All’interno, quarantatré poesie si ergono come dimore interiori, dove la luce e l’ombra convivono senza farsi guerra. Ho suddiviso questo percorso in quattro sezioni: “Gemme al tramonto” “Lavandula illusionum” “Poesie marzialiane” “Viae animae” Tra dolcezza e strazio, carezza e graffio, ci sono poesie che profumano di miele e altre che sanno di cenere. In questa opera letteraria, non ho nascosto nulla: né la luce che mi salva né il buio che mi abita. In queste pagine, parlo d’amore con la stessa intensità con cui parlo di solitudine, d’isolamento che diventa fortezza, di violenza rivolta verso l’esterno e, più dolorosamente, verso l’interno. Scrivere è sempre un atto di coraggio, ma esporsi completamente è un atto di fede. Fede nel lettore che saprà riconoscere in queste parole frammenti del proprio dolore, echi della propria gioia. Perché la poesia più personale è, paradossalmente, la più universale. Questo libro è un corpo nudo, dove ogni parola è una confessione e ogni verso una cicatrice trasformata in gemma. Fabrizio Borghi Poeta

Un poeta dalla penna lieve…
Le poesie di Fabrizio Borghi sono una profonda riflessione sul suo tempo e la società, parole e sogni densi di sapienza, dolore, esperienza tale da diventare poesia.
Si percepisce una intensità di emozioni, si intuisce una sensibilità acuta e ferita, un apprendimento della vita conquistato mettendosi in gioco in prima persona, con la consapevolezza del rischio, ma anche con il coraggio e la forza di andare sempre avanti con coraggio, fiero e battagliero. Poesie che sono un occhio sul mondo, poesie anche amare, ma sono anche un inno di amore al dialetto di Napoli, una città che è poesia stessa, dove si sente protetto.
Il dialetto risuona in maniera speciale, sa di famiglia, di vita vissuta, di colori, è la lingua dei suoi affetti, dei suoni, della gioia. Lingua che lo fa commuovere perché parla di emozioni, suoni e significati che lo accarezzano, con nostalgia. “Pecché ’e favole, quanno so’ vere, nun se perdono maje pe’ davvero”.
I suoi versi…una danza di suoni e di colori che parlano di vita, i suoi sogni…parole dure che cercano con coraggio la capacità di sognare, di sperare, di amare…con coraggio.
In novembre
In novembre fosti al mondo donato, mese di cotant’attesa e meditazione, anticamera del mese del Signore, d’una genialità piena di sapere e arte, e d’un’eterna beltà di cui sei il fiore. Con capegli che al corvo dan la notte, nei tuoi occhi nuota un oscuro cigno, rifulgendo il tuo mero mistero. Abbaiando alle tue ombre rotte, cerco la luce che il buio nasconde. Di gentil e pensoso spirito motivato, in te l’autunno vive silente. Sei una persona da ammirare e rispettare, con un nome di origini ebraiche, un nome spirituale, che significa dono del Signore. Hai un cuore grande, fiero come un leone, che punge l’animale, ma mai nel cuore, riflesso in Marte e Plutone. Vivo il tuo profumo e sento il tuo odore, scrutando tra le tue ombre ormai rotte. In novembre fosti al mondo donato.
La carezza di un messaggio
Una fantasia è sempre innocente. L’arte di concederci sta nell’amarsi, nel prendersi cura, nell’interessarsi, l’un dell’altro, come la vita c’insegna. Era scritto nelle stelle, che un giorno ci saremmo conosciuti. Affascinante, 16 misterioso, il mio ideale. D’una genialità piena di sapere e arte e d’un’eterna beltà, di cui sei il fior. Tu che respiri i miei capelli, io che nuoto nei tuoi occhi. L’amore vero è quello che provo per te, romantico e dolce, gentile, sempre disponibile. Ogni volta che leggo il tuo messaggio mi fai stare bene. È una carezza che mi scalda il cuore.
Il fenicottero & il gabbiano
Uno splendido arco in ciel, due volatili nell’empireo. Veri pionieri del trocleo rispecchiano i segni zodiacali. Ti rivedo in un gabbiano bianco, candido e magico. Hai lo spirito di agire. L’aggraziato uccello rosa è imprigionato in mare. Indeciso che cerca equilibrio. Vieni e ti attenderò perché mi piaci.
Vertigine e fuoco
Questa luce è troppo fioca, non riesco a vederti bene. Ma tu meriti di essere ammirata, con dolcezza e romanticismo. Oh, donna voglio godere ogni minuto, perdermi nei tuoi occhi, sfiorarti con sguardi e parole. Voglio starti accanto, respirarti, viverti, scolpire il tempo nei battiti e chiamarlo per sempre. Ma non ti vedo. Dove sei? Se mi dai un indizio, potrei morire tra le tue braccia. I tuoi baci mi fanno impazzire, sono vertigine e fuoco che bruciano la distanza e accendono la notte. Il tuo corpo è un segreto, una promessa da scoprire, un gioco 36 di carezze e sospiri da vivere, insieme e per sempre.
Eco ‘e ’na favola (prosa poetica in napoletano)
Giù, giù, ’int’a regione campana, arrivaje a Lettere — ’nu paese ’ncantato, arrassusiello d’ ’o Vesuvio, addò pure ’a pasta pare nascere cu’ ll’anema. Nun era sulamente ’na festa, no. Pareva ’na scena antica, ’nu suonno bello, di chille ca te restano appiccicati ’int’ ’a memoria comme ’o prufumo d’ ’e zagare. ’A luce ’ncopp’ ’e case, ’a gente vestuta a festa, e ll’aria ca sapía ’e vino buono e primmavera. E l’lei — ’a festeggiata — paréa ’na fata ’scita d’ ’o mare, ’na ninfa ’e ’nu libro antico. Che piezz’ ’e uagliona… ua, ’n’anema santa! Scennette lenta lenta da ’na macchina bianca, accompagnata d’ ’a musica, cu’ tutta ’a gente ca l’aspettava comme ’a protagonista d’ ’na sfilata. Ma nun erano scale — paréa proprio ’na pedana. Facette ’na ventina ’e scatti a essa, e 222 in tutto. E po’, miezz’ ’e tutt’ ’e foto, cummenzata ’a cena, guardaje sulo a iss. Che piezz’ ’e uaglione! Chist’ me scassaje ’o core. Oje, che sguard’aveva. Me parlava senza parlà. ’E rrecchie so’ parevano sulo ’e mieie. ’O core mio? ’Nu tamburo zitto, ca batteva forte senza fà rumore. Ma jà saccio: stu sentimento nun tene casa dint’ ’o core suo. E intanto ’e risate, ’e danze, ’e brindisi, 23 ’e facce sincere ’e chi stava llà, tutt’era ’nu quadro, ’nu momento sospeso, comme si ’o tiempo s’avesse fermato pe’ guardà pure isso. Ma, comme ogne canto bella, pure chisto fernette. E io turnaje a Firenze — ’a città mia, ’a città medicea, cu’ ’na nostalgia doce doce ca nun se leva manco cu’ ’o viento. Ogne risata, mo, me pare ’nu saluto nun ditto. Ogne brindisi? ’Nu ricordo scrivuto ncopp’ ’o foglio fragile d’ ’o core. Pecché ’e favole, quanno so’ vere, nun se perdono maje pe’ davvero.
“Ci sono sempre fiori per coloro che vogliono vederli”
Henri Matisse
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