Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai… gli scavi per la tramvia
Firenze ha un problema che Roma conosce bene: non puoi piantare un palo senza imbatterti in qualche antenato illustre. Questa volta è toccato a Piazza Beccaria, dove i lavori per la tramvia hanno risvegliato le mura arnolfiane del Trecento – quelle che Dante vide costruire prima di essere spedito in esilio. E non bastava: sotto ci sono pure pali di fondazione che suggeriscono l’esistenza di un porto fluviale preistorico, più lo scheletro di una bambina romana che potrebbe essere “la più antica fiorentina mai ritrovata”. È come aprire una scatola cinese, solo che invece di trovare scatole sempre più piccole, trovi epoche sempre più remote.
Il paradosso fiorentino è perfetto nella sua crudeltà: ogni metro di modernizzazione richiede un passo indietro nella storia. Vuoi il tram? Devi negoziare con Arnolfo di Cambio. Devi posare un tubo dell’acquedotto? Prima devi chiedere il permesso alle fondamenta medievali. La città è letteralmente costruita su se stessa, strato dopo strato, come una lasagna architettonica dove ogni livello racconta una storia diversa. Il medievista Fabrizio Ricciardelli lo chiama “ritrovamento straordinario” con l’entusiasmo di chi sa che sta per assistere a un duello impossibile: progresso contro patrimonio, futuro contro passato, necessità contro meraviglia. Intanto, sui cantieri spuntano volantini con la scritta “Dante: Save The Walls” – perché evidentemente anche il marketing delle battaglie culturali si è globalizzato.
Il taglio di Salomone: solo una spuntatina
La domanda è: si taglia? Solo una spuntatina. Lunedì 2 febbraio, per la precisione, dopo una colata di cemento preparatoria che suona vagamente come una cerimonia funebre. La soluzione diplomatica raggiunta tra Comune e Soprintendenza prevede la “rimozione selettiva” di un pezzetto dell’arco medievale – giusto quel tanto che basta per far passare il tubo. È l’equivalente amministrativo di tagliare un angolo della Gioconda perché non entra nella cornice: tecnicamente fattibile, politicamente giustificabile, esistenzialmente devastante.
I volantini apparsi sul cantiere – “Salviamo le mura di Dante” – testimoniano che qualcuno non è d’accordo con questa geometria del compromesso. Ma come dargli torto? Come dare torto all’assessore che parla di “necessità infrastrutturali”? Questo è il classico dilemma in cui tutti hanno ragione e nessuno ha una soluzione. Ricciardelli lo dice chiaramente: serve una “precisa scelta politica”, che è il modo elegante per dire che qualcuno deve decidere se Firenze vuole essere un museo o una città funzionante.
“In tale prospettiva, lo sviluppo sostenibile non può essere limitato a un paradigma tecnico o economico, bensì deve fondarsi su una visione culturale integrata, che tenga conto dei valori identitari, ambientali e storici dei luoghi“.
Eppure esiste un quadro più ampio in cui inserire questa scelta. Il confronto con Giuseppe Poggi, l’urbanista che nell’800 abbatté le mura senza troppi patemi, è inevitabile ma ingeneroso: lui aveva il lusso di vivere in un’epoca dove il progresso non doveva giustificarsi né armonizzarsi con il passato.
Roma docet: quando l’archeologia diventa infrastruttura
Eppure esiste una via d’uscita e passa per Roma. La Capitale ha imparato – a suon di linee metro ferme per decenni – che archeologia e modernità possono coesistere. Le stazioni della metro C sono piccoli musei sotterranei, San Giovanni è un sito archeologico che ti porta anche in ufficio, ogni cantiere è accompagnato da un team di archeologi come una band ha la sua crew. Certo, costa di più. Certo, ci vuole più tempo. Ma è l’unica strategia che non trasforma ogni progresso in un lutto per il passato.
“Non c’è transizione ecologica senza rispetto per la nostra ricchezza culturale e paesaggistica” – 2021, Presidente della Repubblica Mattarella
Firenze deve decidere se vuole essere la versione 2.0 di questo modello o continuare a giocare a Tetris con i suoi reperti. Perché la verità è che i ritrovamenti continueranno: i lavori della tramvia corrono lungo i viali di circonvallazione, che ricalcano esattamente il percorso delle antiche mura. Ogni scavo futuro sarà una nuova scoperta, ogni scoperta sarà un nuovo problema. A meno che non si cambi approccio e si consideri l’archeologia non come un ostacolo al progresso ma come parte integrante dell’identità urbana. Dante, da qualche parte nell’aldilà, probabilmente sta scuotendo la testa. Lui che scrisse dell’Inferno avrebbe apprezzato l’ironia: la città che lo celebra sta letteralmente cementando le mura che lui vide costruire. Il progresso, evidentemente, ha un prezzo. La domanda è: siamo sicuri di volerlo pagare sempre con la stessa moneta?
*Associazione Nazionale Archeologi, Archeologia e transizione ecologica, digitale e generazionale, 26 maggio 2025.

